Michele Abbaticchio
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Attualità

Criminalità, Michele Abbaticchio risponde al Network Viva

L'intervista realizzata al margine del Festival per la Legalità di Terlizzi è attualissima. Noi ve la proponiamo

Era stato ospite del movimento Città Civile a Terlizzi nel mese di settembre durante il Festival per la Legalità, divenuto negli anni un punto di riferimento regionale sul tema, con ospiti di grande rilievo anche nazionale.
Michele Abbaticchio, sindaco di Bitonto, era stato avvicinato dalla nostra redazione al margine di quel consesso qualificato e ci aveva dato una sua interpretazione del fenomeno criminale in città, uno dei fronti che lo ha visto impegnato allo stremo, a supporto delle forze dell'ordine che tuttavia non riescono ad arginare una così fiorente attività.
Era da poco avvenuto l'omicidio di Paolo Caprio e lui ci aveva risposto come leggerete. Ve la proponiamo oggi, a quasi due mesi di distanza perché crediamo che la sua lettura, alla luce di fatti recenti e recentissimi, sia condivisibile, al di là di schieramenti, colori politici ed idee.
Buona lettura.

L'INTERVISTA

Sindaco, Bitonto nel mese di settembre è stata tristemente protagonista dell'omicidio del quarantunenne Paolo Caprio, ucciso con tre pugni dal ventenne Fabio Giampalmo, il quale avrebbe agito per futili motivi. Si tratta di un episodio delinquenziale slegato dalla criminalità organizzata ma che va a macchiare ulteriormente un territorio già provato. Ma poi tante operazioni delle forze dell'ordine in queste settimane hanno portato alla luce traffici e problematiche mai sopite.
Negli anni lei ha già operato tanto per una progressiva "civilizzazione" di Bitonto sul campo della legalità. Ma quali sono gli aspetti da implementare maggiormente per "sanare" il suo contesto cittadino?

Innanzitutto, parliamo di una città provata nell'ultimo secolo da una storia incrociata di criminalità organizzata e bassa scolarizzazione, con un percorso di educazione civica che nasce necessariamente dalla rete delle istituzioni scolastiche, del Comune, del sistema welfare e delle infrastrutture sociali che sono attualmente numerosissime in città e peraltro pluripremiate a livello regionale.
Nei tempi odierni, la pandemia ha causato l'impossibilità in determinati casi di continuare a lavorare di persona. Il passaggio all'online, tra smart-working e didattica virtuale, ha sicuramente gravato i ceti più bassi di una mancanza di assistenza: per esempio, la difficoltà nel recupero scolastico potrebbe comportare l'abbandono dell'istruzione e l'avvicinamento a forme delinquenziali.


Su quale settore del crimine la malavita bitontina spinge maggiormente?
Il fenomeno della droga, in particolar modo, costituisce il business principale della criminalità organizzata bitontina, perché Bitonto è un nodo nevralgico a livello infrastrutturale. Così come attrae l'economia sana, se consideriamo l'esempio di Amazon che sceglie Bitonto per la sua strategicità dato che è vicina al capoluogo regionale e al casello autostradale, allo stesso modo anche l'economia "nera" non si sottrae.
È intuibile che nei periodi di maggiore crisi economica i giovani siano attratti dalla rete delle bande criminali.


C'è dunque un "problema giovani"?
Quanto accaduto a Paolo Caprio rappresenta una ferita nel cuore della società che sta purtroppo interessando molti territori. Assistiamo nelle strade a violenza gratuita, anche contro persone disabili: un episodio tragico è quello in cui una gang di quattordici ragazzi si è accanita contro un bambino autistico e poi gli accoltellamenti per strada. Fattacci di una cattiveria assoluta che stiamo apprendendo sempre più spesso: secondo me perché sono venuti meno gli anticorpi culturali.

Ecco, la cultura può essere una cura?
Quando si insiste nell'organizzazione di festival promotori della legalità, di marce, di talk, di manifestazioni culturali, la reiterazione di progetti sociali non è mai abbastanza: è grazie agli anticorpi culturali che si fa continuamente da filtro alla violenza.
L'assassino di Paolo Caprio, come giustamente ha detto la mamma della vittima, non aveva altri strumenti che esprimersi con la violenza: ovviamente deve pagare per gli errori compiuti nel modo più grave possibile.
Da un lato, concordo col Pubblico Ministero: il killer è profondo conoscitore delle arti marziali e quindi era perfettamente consapevole delle possibili conseguenze del suo agire. Dall'altro lato, però, ci tocca anche analizzare le cause: tra queste emerge un'assente immunità culturale, responsabile dell'utilizzo della violenza in qualsivoglia reazione.
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