Stadio "Città degli Ulivi" indisponibile, la rabbia degli ultras. Lisi: «Pronti al dialogo»

Dura la presa di posizione del gruppo Nucleo Compatto Bitonto. La società neroverde risponde: «Abbiamo tutti una sola maglia da difendere»

domenica 25 ottobre 2026
A cura di Massimiliano Dilettuso
La decisione di disputare al campo sportivo di San Pio la sfida di campionato odierna contro l'Ostuni, a causa dei lavori di semina che stanno interessando il terreno di gioco del "Città degli Ulivi", ha acceso gli animi della tifoseria organizzata del Bitonto, portando nuovamente al centro del dibattito una questione che va ben oltre la sede di una singola partita.

A prendere posizione è stato il gruppo ultras Nucleo Compatto Bitonto 2013, che attraverso un duro comunicato ha espresso tutta la propria esasperazione per una situazione ritenuta ormai insostenibile. «Dopo cinque anni, siamo ancora al punto di partenza. Vergognoso!», è uno dei passaggi più significativi della nota, nella quale gli ultras contestano il protrarsi dei problemi legati allo stadio "Città degli Ulivi" e la necessità di continuare a cercare una sistemazione lontano da casa.

Nel mirino finisce anche la gestione della vicenda da parte della società, accusata di non aver ottenuto garanzie concrete e di aver lasciato la tifoseria in una condizione di continua incertezza. La domanda che attraversa il comunicato è diretta: «Dov'è la nostra società?». Per il Nucleo Compatto, infatti, il Bitonto e la sua gente non possono continuare a pagare le conseguenze di una situazione che si trascina da troppo tempo. Il gruppo rivendica il sostegno garantito alla squadra negli anni, nelle vittorie come nelle sconfitte, e chiede un cambio di passo, con maggiore ambizione e una presa di posizione netta in difesa degli interessi del club e della sua tifoseria.

Il punto centrale della protesta resta l'impianto sportivo di via Megra, considerato molto più di un semplice terreno di gioco: «Lo stadio "Città degli Ulivi" è la casa del Bitonto», ribadiscono i supporter, chiedendo che la squadra possa tornare a disputare le proprie partite nella sua città senza ulteriori rinvii. Il messaggio alla dirigenza è altrettanto esplicito: «Basta piangere, basta cercare comprensione, basta raccontare quello che vorremmo sentirci dire. Vogliamo fatti, non chiacchiere!"

Una dura presa di posizione che ha trovato una celere risposta da parte del direttore generale dell'U.S. Bitonto Calcio, Domenico Lisi, intervenuto per chiarire la posizione della società e provare a evitare che la vicenda si trasformi in una frattura insanabile con una componente storica del tifo neroverde. Lisi non nasconde il dispiacere per l'impossibilità di utilizzare lo stadio cittadino in occasione della gara contro l'Ostuni e riconosce apertamente le ragioni della protesta. «Ho letto con attenzione il comunicato degli ultras e comprendo la rabbia, la delusione e l'amarezza di chi vorrebbe vedere il Bitonto giocare sempre nella propria città, davanti alla propria gente e nella propria casa», afferma.

Una situazione che, assicura, la società avrebbe voluto evitare. La risposta dirigenziale, tuttavia, non si limita a riconoscere il malcontento. Lisi richiama anche il percorso affrontato dal club negli ultimi anni, segnato dalle difficoltà legate all'assenza di una sede stabile per le gare interne. «Cinque anni senza una casa, affrontando enormi difficoltà logistiche, organizzative ed economiche, non sono pochi», sottolinea, rivendicando il lavoro svolto dalla società per garantire la continuità dell'attività sportiva anche lontano dai riflettori.

Una precisazione che, nelle intenzioni del dirigente, non vuole rappresentare una giustificazione né sottrarre la società alle critiche, ma invitare a considerare anche le difficoltà che hanno accompagnato le scelte compiute. Sul punto, però, Lisi riconosce la legittimità delle richieste della tifoseria: rispetto, ambizioni e soprattutto il ritorno definitivo del Bitonto nella propria casa. È qui che il suo intervento prova a ricucire lo strappo, indicando nella necessità di preservare il legame tra società e sostenitori una priorità irrinunciabile. «Gli ultras non sono nostri avversari. Sono una parte fondamentale della storia e dell'identità del Bitonto», dichiara, invitando a non trasformare le divergenze in una contrapposizione destinata a danneggiare l'intero ambiente.

La disponibilità al dialogo viene accompagnata da un'apertura significativa anche sul futuro societario. Lisi dichiara, infatti, di essere pronto a valutare eventuali proposte qualora si presentasse qualcuno con le capacità e le risorse necessarie per rilevare il club e garantirgli prospettive migliori. «Non siamo attaccati a una poltrona. Siamo legati al Bitonto», chiarisce, aggiungendo che, di fronte a un progetto credibile, sarebbe il primo a sedersi a un tavolo per discutere ogni possibilità, mettendo il bene della squadra davanti a tutto.

Una dichiarazione che sposta il confronto dal terreno della protesta immediata a quello delle prospettive future, senza sciogliere, però, il nodo principale: quando il Bitonto potrà tornare a giocare stabilmente al «Città degli Ulivi»? È questa la domanda che accomuna, pur da posizioni differenti, gli ultras e la dirigenza. Da una parte c'è una tifoseria stanca di attendere e convinta che il ritorno a casa debba essere una priorità assoluta; dall'altra una società che rivendica i sacrifici affrontati e assicura di voler raggiungere lo stesso obiettivo.

«Non voglio una guerra tra società e tifoseria. Voglio che ci si guardi negli occhi, che ci si dica tutto quello che c'è da dire e che si riparta da ciò che ci unisce. Perché possiamo avere ruoli diversi, possiamo pensarla diversamente, ma abbiamo tutti una sola maglia da difendere», è l'appello finale del direttore generale.