L'avvocato Romina Centrone presenta "Giustizia emotiva" alla Camera dei Deputati
L'opera è stata pubblicata alcune settimane fa dalla casa editrice Cacucci con la prefazione del prof. Uricchio
mercoledì 25 febbraio 2026
17.00
È stato presentato oggi, alla Camera dei Deputati, "Giustizia emotiva", il primo libro di Romina Centrone. L'opera nasce da una convinzione maturata sul campo dalla giovane avvocata bitontina: il diritto, per essere davvero giustizia, non può ignorare l'essere umano e le sue emozioni. "Giustizia Emotiva", dunque, è un viaggio nelle pieghe invisibili del processo, là dove le norme incontrano fragilità, rabbia, paura e speranza.
Pubblicato alcune settimane fa dalla storica casa editrice di Bari Cacucci, con la prefazione del prof. avv. Antonio Felice Uricchio, già rettore dell'Università di Bari, il libro è stato definito un «saggio di umanesimo giuridico e narrazione forense che dimostra come accogliere il vissuto di chi chiede giustizia non indebolisca il diritto, ma lo renda più autentico. Più vero. Più giusto».
«Un libro che parte da una verità semplice e potente: davanti a un avvocato, a un giudice, a un'istituzione non arriva mai solo un fascicolo. Arriva una persona. Arriva una storia. Arriva spesso una ferita. La giustizia è uno dei primi luoghi in cui lo Stato incontra la vulnerabilità dei cittadini. Per questo non può essere soltanto tecnica, procedura, formalità. Deve saper tenere insieme rigore e umanità», ha commentato l'onorevole Marco Lacarra, che è intervenuto durante la presentazione di "Giustizia emotiva" a Roma.
«Giustizia Emotiva ci ricorda che una giustizia che ignora il vissuto delle persone non è più neutra: è distante - ha aggiunto il deputato barese -. E una giustizia distante rischia di diventare ingiusta. In una stagione segnata da sfiducia e disaffezione verso le istituzioni, in cui in ogni ambito della vita si sta forse perdendo il significato profondo e l'importanza delle relazioni umane, questo libro lancia un messaggio chiaro: la credibilità della giustizia passa anche dalla capacità di ascoltare, riconoscere, restituire dignità. Grazie a Romina Centrone per questo contributo prezioso. Perché senza umanità il diritto smette di essere giustizia».
Nel corso del suo intervento, invece, il prof. Antonio Felice Uricchio ha collocato il volume all'interno della matrice personalista che ha segnato la scuola giuridica barese, evocando la lezione di Aldo Moro, da lui descritto come l'espressione più autentica di un diritto capace di avere un volto umano. Il Presidente ANVUR ha ricordato che il diritto non può essere confinato a mera tecnica o a esercizio formale del linguaggio normativo: è, prima di tutto, esperienza vissuta. Quando viene percepito esclusivamente come minaccia o fonte di ansia, finisce per generare ulteriori fratture, aggravando il conflitto anziché sanarlo.
«La componente emotiva – ha sottolineato – non è un corpo estraneo rispetto all'ordinamento. Al contrario, attraversa ogni funzione: quella del legislatore, del giudice, dell'avvocato, dell'interprete. Il diritto nasce per comporre i conflitti e, per riuscirci davvero, deve saper parlare alla persona concreta. L'umanità non si oppone al rigore scientifico: ne costituisce il fondamento valoriale. In questa prospettiva, l'opera di Centrone si inserisce come riflessione attuale sull'esigenza di coniugare tecnica e sensibilità, norma ed ascolto».
Nel dialogo finale, l'avv. Romina Centrone ha illustrato il nucleo teorico del libro introducendo la figura del "mediatore emotivo". «L'avvocato – ha spiegato – è il primo approdo del tumulto interiore di chi varca la soglia dello studio. Non entra un semplice cliente, ma una persona travolta da emozioni scomposte, spesso laceranti. Il professionista è chiamato a un movimento duplice: non lasciarsi sommergere da quel turbine e, al tempo stesso, trasformare quella frammentazione in un racconto giuridicamente strutturato. Le emozioni non si riversano nel processo allo stato puro; vengono ricondotte entro schemi normativi, inserite nelle categorie predisposte dall'ordinamento».
Centrone ha definito questo passaggio come una vera e propria «grammatica emotiva del diritto»: la capacità di convertire dolore, paura, rabbia, senso di ingiustizia in argomentazioni sostenute da norme e prove, idonee a ottenere riconoscimento pubblico attraverso una decisione o un accordo omologato. Solo così il processo può diventare un punto di svolta, e non l'ennesima prosecuzione dello scontro. Solo così si chiude un capitolo e si rende possibile un nuovo inizio.
Il principio di giustizia emotiva, come delineato dall'autrice, afferma che il diritto, per essere autenticamente giusto, deve intercettare quella dimensione interiore e tradurla in linguaggio giuridico senza svilirla o ignorarla. Non si tratta di lasciare che l'emozione governi il processo in modo incontrollato, ma di riconoscerla, ordinarla, incanalarla entro forme e regole. In questa visione, il giudice non è soltanto garante della legalità, ma custode di un equilibrio umano. Il legislatore non si limita a produrre norme: disegna cornici entro cui le persone possano vivere senza essere sopraffatte. E l'avvocato diventa il primo interprete, il traduttore iniziale di quel linguaggio invisibile che precede ogni atto giudiziario.
La presentazione ha restituito l'immagine di un diritto che non rinuncia alla propria precisione tecnica, ma recupera la centralità della persona. "Giustizia emotiva" si propone così come riflessione culturale e professionale in un tempo in cui la giustizia occupa stabilmente il dibattito pubblico, offrendo però una prospettiva differente: non la riforma delle strutture giudiziaria, ma la riforma dello sguardo con chi ci si approccia al processo.
L'opera è stata definita dalla stessa autrice utile non soltanto «per chi opera nel diritto, ma anche per chi lo attraversa, vivendo il suo processo con il cuore in mano. Perché solo riconoscendo le emozioni, la giustizia può diventare davvero strumento di riparazione».
Pubblicato alcune settimane fa dalla storica casa editrice di Bari Cacucci, con la prefazione del prof. avv. Antonio Felice Uricchio, già rettore dell'Università di Bari, il libro è stato definito un «saggio di umanesimo giuridico e narrazione forense che dimostra come accogliere il vissuto di chi chiede giustizia non indebolisca il diritto, ma lo renda più autentico. Più vero. Più giusto».
«Un libro che parte da una verità semplice e potente: davanti a un avvocato, a un giudice, a un'istituzione non arriva mai solo un fascicolo. Arriva una persona. Arriva una storia. Arriva spesso una ferita. La giustizia è uno dei primi luoghi in cui lo Stato incontra la vulnerabilità dei cittadini. Per questo non può essere soltanto tecnica, procedura, formalità. Deve saper tenere insieme rigore e umanità», ha commentato l'onorevole Marco Lacarra, che è intervenuto durante la presentazione di "Giustizia emotiva" a Roma.
«Giustizia Emotiva ci ricorda che una giustizia che ignora il vissuto delle persone non è più neutra: è distante - ha aggiunto il deputato barese -. E una giustizia distante rischia di diventare ingiusta. In una stagione segnata da sfiducia e disaffezione verso le istituzioni, in cui in ogni ambito della vita si sta forse perdendo il significato profondo e l'importanza delle relazioni umane, questo libro lancia un messaggio chiaro: la credibilità della giustizia passa anche dalla capacità di ascoltare, riconoscere, restituire dignità. Grazie a Romina Centrone per questo contributo prezioso. Perché senza umanità il diritto smette di essere giustizia».
Nel corso del suo intervento, invece, il prof. Antonio Felice Uricchio ha collocato il volume all'interno della matrice personalista che ha segnato la scuola giuridica barese, evocando la lezione di Aldo Moro, da lui descritto come l'espressione più autentica di un diritto capace di avere un volto umano. Il Presidente ANVUR ha ricordato che il diritto non può essere confinato a mera tecnica o a esercizio formale del linguaggio normativo: è, prima di tutto, esperienza vissuta. Quando viene percepito esclusivamente come minaccia o fonte di ansia, finisce per generare ulteriori fratture, aggravando il conflitto anziché sanarlo.
«La componente emotiva – ha sottolineato – non è un corpo estraneo rispetto all'ordinamento. Al contrario, attraversa ogni funzione: quella del legislatore, del giudice, dell'avvocato, dell'interprete. Il diritto nasce per comporre i conflitti e, per riuscirci davvero, deve saper parlare alla persona concreta. L'umanità non si oppone al rigore scientifico: ne costituisce il fondamento valoriale. In questa prospettiva, l'opera di Centrone si inserisce come riflessione attuale sull'esigenza di coniugare tecnica e sensibilità, norma ed ascolto».
Nel dialogo finale, l'avv. Romina Centrone ha illustrato il nucleo teorico del libro introducendo la figura del "mediatore emotivo". «L'avvocato – ha spiegato – è il primo approdo del tumulto interiore di chi varca la soglia dello studio. Non entra un semplice cliente, ma una persona travolta da emozioni scomposte, spesso laceranti. Il professionista è chiamato a un movimento duplice: non lasciarsi sommergere da quel turbine e, al tempo stesso, trasformare quella frammentazione in un racconto giuridicamente strutturato. Le emozioni non si riversano nel processo allo stato puro; vengono ricondotte entro schemi normativi, inserite nelle categorie predisposte dall'ordinamento».
Centrone ha definito questo passaggio come una vera e propria «grammatica emotiva del diritto»: la capacità di convertire dolore, paura, rabbia, senso di ingiustizia in argomentazioni sostenute da norme e prove, idonee a ottenere riconoscimento pubblico attraverso una decisione o un accordo omologato. Solo così il processo può diventare un punto di svolta, e non l'ennesima prosecuzione dello scontro. Solo così si chiude un capitolo e si rende possibile un nuovo inizio.
Il principio di giustizia emotiva, come delineato dall'autrice, afferma che il diritto, per essere autenticamente giusto, deve intercettare quella dimensione interiore e tradurla in linguaggio giuridico senza svilirla o ignorarla. Non si tratta di lasciare che l'emozione governi il processo in modo incontrollato, ma di riconoscerla, ordinarla, incanalarla entro forme e regole. In questa visione, il giudice non è soltanto garante della legalità, ma custode di un equilibrio umano. Il legislatore non si limita a produrre norme: disegna cornici entro cui le persone possano vivere senza essere sopraffatte. E l'avvocato diventa il primo interprete, il traduttore iniziale di quel linguaggio invisibile che precede ogni atto giudiziario.
La presentazione ha restituito l'immagine di un diritto che non rinuncia alla propria precisione tecnica, ma recupera la centralità della persona. "Giustizia emotiva" si propone così come riflessione culturale e professionale in un tempo in cui la giustizia occupa stabilmente il dibattito pubblico, offrendo però una prospettiva differente: non la riforma delle strutture giudiziaria, ma la riforma dello sguardo con chi ci si approccia al processo.
L'opera è stata definita dalla stessa autrice utile non soltanto «per chi opera nel diritto, ma anche per chi lo attraversa, vivendo il suo processo con il cuore in mano. Perché solo riconoscendo le emozioni, la giustizia può diventare davvero strumento di riparazione».