La Guardia di Finanza
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Cronaca

"Levante", l'indagine è partita nel 2016. Al vertice due bitontini

Emanuele Sicolo, affiliato al clan Parisi, è stato riconosciuto dagli inquirenti «il consigliere e l’uomo di fiducia» di Francesco Giordano

Così come i reati comuni, che accendono campanelli d'allarme, quelli economici e societari offrono un quadro realistico delle distorsioni del mercato e della capacità di penetrazioni di organizzazioni criminali vecchie e nuove.

L'operazione "Levante", che martedì mattina ha sgominato due sodalizi criminali con proiezione internazionale, operativamente collegati, dediti alla commissione di una pluralità di delitti e portato 14 persone in carcere e 45 agli arresti domiciliari, è nata nel 2016 da sette informative di reato: «L'attività di indagine - è scritto agli atti dell'inchiesta - ha preso avvio dalle segnalazioni per operazioni sospette pervenute (dalla Banca d'Italia, nda) alla Direzione Investigativa Antimafia di Bari da intermediari finanziari in relazione alle movimentazioni di denaro poste in essere da Emanuele Sicolo, anche tramite società a lui riconducibili».

51 anni, originario e residente a Bitonto, «Pagnotta», già condannato per associazione di stampo mafioso e ritenuto nell'orbita del clan Parisi, a cui risulta affiliato e noto come «il killer», è stato riconosciuto dagli inquirenti il «capo e l'organizzatore dell'associazione per delinquere», nonché «il consigliere e l'uomo di fiducia» di Francesco Giordano, un 58enne imprenditore operante nel settore della somministrazione di manodopera alle più importante aziende per la lavorazione delle carni.

«Dalle indagini bancarie eseguite - si legge nelle 1.261 pagine che compongono l'ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice per le indagini preliminari Antonella Cafagna - si sono tratte evidenze di una pluralità di trasferimenti sine titulo di denaro su conti correnti (personali, di società a lui riconducibili o di prestanome) riferibili a Sicolo, provenienti da società aderenti al consorzio Servizi Generali Cons», una società consortile nata nel 2013 a Milano e poi diventata società per azioni.

Le operazioni in entrata su quei conti sono state 22 nell'arco di poco meno di un anno (dal 2014 al 2015) per un importo pari a quasi 345mila euro, mentre la società, secondo gli investigatori, è sempre appartenuta a Giordano, il quale avrebbe creato, «mediante una fitta trama di collegamenti tra società, una realtà imprenditoriale capace di generare un significativo volume di affari nel settore della lavorazioni delle carni e poi ideato e realizzato un sistema capace di neutralizzare i costi fiscali e previdenziali delle singole imprese ad essa appartenenti, che fungevano così da serbatoio per la costituzione e riserva di liquidità illecite, conclusivamente destinate ad incrementare il suo patrimonio in modo illegale».

L'inchiesta della Guardia di Finanza ha consentito di descrivere la figura di Giordano «come al centro di una complessa organizzazione di mezzi e persone» che nel corso degli anni, attraverso una rete di società e prestanome secondo gli investigatori, sarebbe riuscito a «conseguire una risparmio di spesa, con corrispondente danno erariale, per circa 31 milioni di euro, che "drenava" in parte, così oscurandone la provenienza delittuosa, facendo affluire denaro nelle casse di altre società riconducibili al sodalizio criminale, dietro lo schermo di false transazioni commerciali».

I proventi così illecitamente realizzati sarebbero, quindi, stati reimmessi nel circuito economico con numerose operazioni di riciclaggio. Proprio nella fase della "monetizzazione" dei proventi illeciti sarebbe emerso il coinvolgimento della criminalità organizzata barese, in grado di reclutare numerosissimi "fiduciari" a cui intestare carte di credito con le quali drenare, secondo una tempistica prestabilita, le provviste illecitamente conseguite dal sodalizio per il successivo reinvestimento anche nel narcotraffico.

«Il meccanismo si completava - è scritto ancora - con la creazione di ingenti riserve di denaro contante, attraverso il ricorso a pagamenti simulati di emolumenti mediate ricariche di carte elettroniche prepagate di debito, successivamente svuotate della provvista mediante ripetuti e reiterati prelevamenti da parte di fiduciari», normali cittadini al soldo della criminalità.

Proprio in tale filone investigativo è emersa una presunta vicenda corruttiva che avrebbe coinvolto un colonnello della Guardia di Finanza in servizio a Roma, il 50enne Antonio Mancazzo, originario di Bitonto, che - in cambio di due confezioni da sei bottiglie di vino della cantina "L'Amarone del Ca' di Frati" del valore minimo di 250 euro l'una - avrebbe fatto eseguire abusivi accessi al sistema informatico strumentali ad acquisire notizie da comunicare a uno dei promotori dell'organizzazione criminale.

Non solo: l'ufficiale, che ha ricoperto incarichi di comando in Veneto, Emilia Romagna e Campania nonché presso il Comando Generale, si sarebbe «messo a disposizione di Giordano, fornendo informazioni su indagini e accertamenti sul suo conto» e si sarebbe anche reso «disponibile ad agevolarlo nell'esportazione di valuta per importi superiori a quello consentito di 10mila euro in futuri viaggi in paesi europei».
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